E se ci stesse sfuggendo qualcosa?

Ci sono idee che diventano così integrate nella cultura da sembrare semplicemente realtà. Non le mettiamo in discussione perché non le vediamo nemmeno più come idee — le vediamo come fatti.

L'assistenza al parto, in Italia e in Occidente, è una di queste. Non riguarda solo cosa succede in sala parto: riguarda l'idea stessa che ci siamo fatti, negli anni, di cosa significhi assistere bene una nascita. Più tecnologia, più protocolli, più interventi medici - lo diamo per scontato come sinonimo di maggiore sicurezza. Ma se ci fermiamo un momento a guardare i dati, e soprattutto le donne, la domanda che emerge è scomoda: è davvero così?

Più intervento, più sicurezza. Ma per chi?

Quando Copernico propose che fosse il sole al centro del sistema solare - e non la terra - non fu accolto con curiosità. Fu accolto con resistenza. Scandalo, incredulità, rifiuto. Non perché la sua ipotesi fosse priva di fondamento, ma perché contraddiceva qualcosa di profondamente radicato: un'intera visione del mondo costruita su secoli di certezze condivise.

Mi chiedo se qualcosa di simile non stia accadendo oggi, nel modo in cui assistiamo alla nascita.

Negli ultimi decenni abbiamo costruito un sistema di assistenza al parto sempre più sofisticato. Protocolli, monitoraggi, interventi. Tutto nato con le migliori intenzioni. Tutto pensato per rendere la nascita più sicura.

Eppure...

Quante donne conosci che sono terrorizzate all'idea del parto?

Quante escono dalla sala parto con un senso di scampato pericolo anziché di potere?

Quante faticano a riconoscersi in ciò che hanno vissuto, come se il momento più trasformativo della loro vita fosse accaduto a loro anziché attraverso loro?

Sopravvivere al parto nel 2026 mi sembra il minimo sindacale. Uscirne integre - anche emotivamente, anche psicologicamente - è un obiettivo che siamo ancora ben lontane dal raggiungere.

L'idea che abbiamo di ciò che serve

La domanda che non riesco a smettere di farmi è questa: e se non fosse la nascita a essere così difficile, ma l'idea che ci siamo fatti di come assisterla?

L'idea consolidata, istituzionalizzata, data per scontata di cosa ha bisogno una donna in travaglio.

Di come deve, o non deve muoversi. Di cosa deve, o non deve sentire. Di chi deve avere vicino, e in quale veste.

Non sto parlando di tornare indietro. Non sto idealizzando un passato che aveva i suoi enormi costi in termini di vite. Sto chiedendo qualcosa di più scomodo: stiamo davvero guardando con occhi curiosi ciò che funziona e ciò che non funziona? O stiamo difendendo un sistema perché è il sistema che conosciamo?

Quanto la cultura - nata anche con le migliori intenzioni - sta interferendo con la capacità delle donne di vivere la nascita come esperienza loro?

Progresso è sempre sinonimo di meglio?

Ci piace pensarci come una civiltà evoluta. E per molti aspetti lo siamo. Ma "evoluti" non significa automaticamente "più in accordo con ciò di cui le persone hanno bisogno".

Ci sono contesti culturali in cui il tasso di trauma post-parto è significativamente più basso. In cui le donne vengono sostenute da reti di cura continue, in cui il corpo in travaglio viene rispettato come un processo che sa cosa fare, in cui la nascita è un evento fisiologico e non un'emergenza medica da gestire.

Non è nostalgia. È una domanda legittima: stiamo davvero portando le donne verso qualcosa di meglio? O stiamo portando loro qualcosa di diverso, e ci stiamo convincendo che sia la stessa cosa?

La curiosità come atto rivoluzionario

Copernico non aveva certezze. Aveva un'osservazione che non tornava con il modello dominante. E la curiosità di seguirla anziché soffocarla.

È questo che mi sembra mancare, a volte, nel dibattito sull'assistenza al parto in Italia: la curiosità. La disponibilità a guardare i dati - non solo quelli che confermano ciò in cui già crediamo - e a chiedersi davvero se il centro stia dove pensiamo.

La risposta non può venire da chi è troppo investito nel difendere il modello. Deve venire dall'osservazione. Dalle donne. Da ciò che raccontano quando si sentono abbastanza al sicuro da farlo.

E tu, conosci più donne che raccontano il loro parto con meraviglia? O con sollievo di essersela cavata?

Negli ultimi giorni i media hanno parlato molto di un caso drammatico legato a un parto in casa. Non entrerò nei dettagli – non conosco la storia direttamente, né sarebbe corretto farlo.

Quello che mi interessa, però, è il meccanismo che si attiva ogni volta che una notizia simile arriva alle cronache: il dibattito si accende, il parto in casa diventa un “caso”, e ancora una volta ci si divide tra chi lo demonizza e chi lo difende a spada tratta.

Eppure, ogni volta che ci fermiamo a guardare solo il luogo, rischiamo di perderci il punto centrale.


👉 Perché non è questione di casa o ospedale.
👉 È questione di approccio.

Ci sono idee che diventano così integrate nella cultura da sembrare semplicemente realtà. Non le mettiamo in discussione perché non le vediamo nemmeno più come idee — le vediamo come fatti.

L'assistenza al parto, in Italia e in Occidente, è una di queste. Non riguarda solo cosa succede in sala parto: riguarda l'idea stessa che ci siamo fatti, negli anni, di cosa significhi assistere bene una nascita. Più tecnologia, più protocolli, più interventi medici - lo diamo per scontato come sinonimo di maggiore sicurezza. Ma se ci fermiamo un momento a guardare i dati, e soprattutto le donne, la domanda che emerge è scomoda: è davvero così?

Più intervento, più sicurezza.

Ma per chi?

Quando Copernico propose che fosse il sole al centro del sistema solare - e non la terra - non fu accolto con curiosità. Fu accolto con resistenza. Scandalo, incredulità, rifiuto. Non perché la sua ipotesi fosse priva di fondamento, ma perché contraddiceva qualcosa di profondamente radicato: un'intera visione del mondo costruita su secoli di certezze condivise.

Mi chiedo se qualcosa di simile non stia accadendo oggi, nel modo in cui assistiamo alla nascita.

Negli ultimi decenni abbiamo costruito un sistema di assistenza al parto sempre più sofisticato. Protocolli, monitoraggi, interventi. Tutto nato con le migliori intenzioni. Tutto pensato per rendere la nascita più sicura.

Eppure...

Quante donne conosci che sono terrorizzate all'idea del parto?

Quante escono dalla sala parto con un senso di scampato pericolo anziché di potere?

Quante faticano a riconoscersi in ciò che hanno vissuto, come se il momento più trasformativo della loro vita fosse accaduto a loro anziché attraverso loro?

Sopravvivere al parto nel 2026 mi sembra il minimo sindacale. Uscirne integre - anche emotivamente, anche psicologicamente - è un obiettivo che siamo ancora ben lontane dal raggiungere.

L'idea che abbiamo di ciò che serve

La domanda che non riesco a smettere di farmi è questa: e se non fosse la nascita a essere così difficile, ma l'idea che ci siamo fatti di come assisterla?

L'idea consolidata, istituzionalizzata, data per scontata di cosa ha bisogno una donna in travaglio.

Di come deve, o non deve muoversi. Di cosa deve, o non deve sentire. Di chi deve avere vicino, e in quale veste.

Non sto parlando di tornare indietro. Non sto idealizzando un passato che aveva i suoi enormi costi in termini di vite. Sto chiedendo qualcosa di più scomodo: stiamo davvero guardando con occhi curiosi ciò che funziona e ciò che non funziona? O stiamo difendendo un sistema perché è il sistema che conosciamo?

Quanto la cultura - nata anche con le migliori intenzioni - sta interferendo con la capacità delle donne di vivere la nascita come esperienza loro?

Progresso è sempre sinonimo di meglio?

Ci piace pensarci come una civiltà evoluta. E per molti aspetti lo siamo. Ma "evoluti" non significa automaticamente "più in accordo con ciò di cui le persone hanno bisogno".

Ci sono contesti culturali in cui il tasso di trauma post-parto è significativamente più basso. In cui le donne vengono sostenute da reti di cura continue, in cui il corpo in travaglio viene rispettato come un processo che sa cosa fare, in cui la nascita è un evento fisiologico e non un'emergenza medica da gestire.

Non è nostalgia. È una domanda legittima: stiamo davvero portando le donne verso qualcosa di meglio? O stiamo portando loro qualcosa di diverso, e ci stiamo convincendo che sia la stessa cosa?

La curiosità come atto rivoluzionario

Copernico non aveva certezze. Aveva un'osservazione che non tornava con il modello dominante. E la curiosità di seguirla anziché soffocarla.

È questo che mi sembra mancare, a volte, nel dibattito sull'assistenza al parto in Italia: la curiosità. La disponibilità a guardare i dati - non solo quelli che confermano ciò in cui già crediamo - e a chiedersi davvero se il centro stia dove pensiamo.

La risposta non può venire da chi è troppo investito nel difendere il modello. Deve venire dall'osservazione. Dalle donne. Da ciò che raccontano quando si sentono abbastanza al sicuro da farlo.

E tu, conosci più donne che raccontano il loro parto con meraviglia? O con sollievo di essersela cavata?

Simona Cattaneo

La tua alleata in questo

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