Sono completa. Punto.

Qualche giorno fa guardavo il video di una donna che, dopo una carriera come marketing manager in grandi aziende, ha scelto di mettersi in proprio. Raccontava che, da madre, ha sempre tenuto molto a ritagliarsi il tempo del lavoro - non solo per sé, ma per far vedere a sua figlia che era importante essere una donna completa, a trecentosessanta gradi. Non solo madre.

L'ho ascoltata con rispetto. Non risuonava con me, ma ho riconosciuto che era il suo sentire.

E però quella frase mi ha fatto pensare. A lungo.

La prima trappola: sono completa perché sono madre

Foto di Alex Pasarelu su Unsplash

Esiste una narrazione culturale potente che dice che la maternità completa una donna. Che diventi davvero te stessa nel momento in cui diventi madre. Come se qualcosa, prima, mancasse.

È una narrazione che suona come un dono ma funziona come una trappola. Perché se la maternità mi completa, allora i miei figli portano su di sé un peso che non è loro: quello di riempire un vuoto che è mio. Diventano, senza volerlo, un'estensione di me. Una risposta a una domanda che avrei dovuto fare a me stessa.

E quando le cose si complicano - e generalmente si complicano in modi che non avevamo previsto - quel vuoto torna. Più rumoroso di prima.

Se è la maternità a rendermi completa, significa che prima non lo ero. E che i miei figli hanno il compito, inconsapevole, di tenermi intera.

La seconda trappola: sono completa perché lavoro

Esiste anche un'altra narrazione - quella della donna che non si perde nella maternità, che mantiene la sua identità professionale, che "non è solo madre" - che sembra quasi essere l'antidoto alla prima. E in parte lo è, per molte donne. Ma porta con sé la stessa struttura di fondo.

Se il lavoro mi rende completa - se ho bisogno di uno status professionale riconoscibile per sentirmi intera - allora la mia identità dipende da qualcosa di esterno. Qualcosa che può venire meno. Un ruolo che può cambiare, una carriera che può interrompersi, un progetto che può fallire.

E quando viene meno, cosa resta?

Un'identità costruita su ciò che si fa, crolla nel momento in cui smetti di farlo. E questa non è stabilità - è dipendenza da performance.

L'unica alternativa che regge

Quello che sento sempre più chiaro, su cui ho lavorato io per prima, e che ora porto anche nel lavoro che faccio con le donne - è qualcosa di diverso.

Sono completa. Prima. A prescindere.

Non perché sono madre. Non perché lavoro. Non perché ho costruito qualcosa di riconoscibile agli occhi del mondo. Ma perché sono. Perché ho un valore che non si misura con ciò che produco, con i ruoli che ricopro, con la soddisfazione che do agli altri.

Da questo posto - da questa interezza che non dipende da nulla di esterno - le scelte cambiano natura. Scelgo di essere madre non per completarmi, ma perché è una delle forme in cui scelgo di stare nel mondo. Scelgo di lavorare non per darmi un'identità, ma perché corrisponde a qualcosa che riconosco come mio.

Quando scelgo da un posto di interezza, le mie scelte non dipendono dall'approvazione esterna per stare in piedi. Reggono da sole, anche quando qualcosa cambia.

Cosa ha a che fare con la maternità

Tutto questo non è astratto. Entra direttamente nel modo in cui viviamo la gravidanza, il parto, il postparto.

Una donna che attraversa l'esperienza della maternità con un senso di sé radicato sceglie diversamente. Sceglie il tipo di accompagnamento che vuole. Sceglie come informarsi. Sceglie cosa accettare e cosa no, in sala parto e fuori. Non perché segue un protocollo o soddisfa un'aspettativa - ma perché sa, da dentro, cosa sente suo.

E una donna che sa da dentro cosa sente suo è molto più difficile da ignorare. Da parte del sistema, da parte dei professionisti, da parte di chiunque si trovi ad accompagnarla.

Questo è il lavoro che mi interessa fare. Non dirti come essere madre. Ma accompagnarti a riconoscere da dove stai facendo le tue scelte - e se quel posto ti basta per tenerti in piedi.

E tu, da dove stai facendo le tue scelte sulla maternità?

Da un posto di interezza — o da un posto che ancora aspetta di essere riempito?

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Credits Foto:

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Foto di Ryan Moreno su Unsplash

Foto di Ryan Moreno su Unsplash

Foto di Alex Pasarelu su Unsplash

Foto di Christin Hume su Unsplash

Negli ultimi giorni i media hanno parlato molto di un caso drammatico legato a un parto in casa. Non entrerò nei dettagli – non conosco la storia direttamente, né sarebbe corretto farlo.

Quello che mi interessa, però, è il meccanismo che si attiva ogni volta che una notizia simile arriva alle cronache: il dibattito si accende, il parto in casa diventa un “caso”, e ancora una volta ci si divide tra chi lo demonizza e chi lo difende a spada tratta.

Eppure, ogni volta che ci fermiamo a guardare solo il luogo, rischiamo di perderci il punto centrale.


👉 Perché non è questione di casa o ospedale.
👉 È questione di approccio.

Qualche giorno fa guardavo il video di una donna che, dopo una carriera come marketing manager in grandi aziende, ha scelto di mettersi in proprio.

Raccontava che, da madre, ha sempre tenuto molto a ritagliarsi il tempo del lavoro - non solo per sé, ma per far vedere a sua figlia che era importante essere una donna completa, a trecentosessanta gradi. Non solo madre.

L'ho ascoltata con rispetto. Non risuonava con me, ma ho riconosciuto che era il suo sentire. E però quella frase mi ha fatto pensare. A lungo.

La prima trappola: sono completa perché sono madre

Esiste una narrazione culturale potente che dice che la maternità completa una donna. Che diventi davvero te stessa nel momento in cui diventi madre. Come se qualcosa, prima, mancasse.

È una narrazione che suona come un dono ma funziona come una trappola. Perché se la maternità mi completa, allora i miei figli portano su di sé un peso che non è loro: quello di riempire un vuoto che è mio. Diventano, senza volerlo, un'estensione di me. Una risposta a una domanda che avrei dovuto fare a me stessa.

E quando le cose si complicano - e generalmente si complicano in modi che non avevamo previsto - quel vuoto torna. Più rumoroso di prima.

Se è la maternità a rendermi completa, significa che prima non lo ero. E che i miei figli hanno il compito, inconsapevole, di tenermi intera.

La seconda trappola: sono completa perché lavoro

Esiste anche un'altra narrazione - quella della donna che non si perde nella maternità, che mantiene la sua identità professionale, che "non è solo madre" - che sembra quasi essere l'antidoto alla prima. E in parte lo è, per molte donne. Ma porta con sé la stessa struttura di fondo.

Se il lavoro mi rende completa - se ho bisogno di uno status professionale riconoscibile per sentirmi intera - allora la mia identità dipende da qualcosa di esterno. Qualcosa che può venire meno. Un ruolo che può cambiare, una carriera che può interrompersi, un progetto che può fallire.

E quando viene meno, cosa resta?

Un'identità costruita su ciò che si fa, crolla nel momento in cui smetti di farlo. E questa non è stabilità - è dipendenza da performance.

L'unica alternativa che regge

Quello che sento sempre più chiaro, su cui ho lavorato io per prima, e che ora porto anche nel lavoro che faccio con le donne - è qualcosa di diverso.

Sono completa. Prima. A prescindere.

Non perché sono madre. Non perché lavoro. Non perché ho costruito qualcosa di riconoscibile agli occhi del mondo. Ma perché sono. Perché ho un valore che non si misura con ciò che produco, con i ruoli che ricopro, con la soddisfazione che do agli altri.

Da questo posto - da questa interezza che non dipende da nulla di esterno - le scelte cambiano natura. Scelgo di essere madre non per completarmi, ma perché è una delle forme in cui scelgo di stare nel mondo. Scelgo di lavorare non per darmi un'identità, ma perché corrisponde a qualcosa che riconosco come mio.

Quando scelgo da un posto di interezza, le mie scelte non dipendono dall'approvazione esterna per stare in piedi. Reggono da sole, anche quando qualcosa cambia.

Cosa ha a che fare con la maternità

Tutto questo non è astratto. Entra direttamente nel modo in cui viviamo la gravidanza, il parto, il postparto.

Una donna che attraversa l'esperienza della maternità con un senso di sé radicato sceglie diversamente. Sceglie il tipo di accompagnamento che vuole. Sceglie come informarsi. Sceglie cosa accettare e cosa no, in sala parto e fuori. Non perché segue un protocollo o soddisfa un'aspettativa - ma perché sa, da dentro, cosa sente suo.

E una donna che sa da dentro cosa sente suo è molto più difficile da ignorare. Da parte del sistema, da parte dei professionisti, da parte di chiunque si trovi ad accompagnarla.

Questo è il lavoro che mi interessa fare. Non dirti come essere madre. Ma accompagnarti a riconoscere da dove stai facendo le tue scelte - e se quel posto ti basta per tenerti in piedi.

E tu, da dove stai facendo le tue scelte sulla maternità?

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